Ho perso il conto delle mostre che ho organizzato, almeno cinquanta ma forse di più. Fin dall’inizio ho pensato che il modo migliore per far conoscere le mie scoperte fosse di raccogliere una serie di oggetti e di presentarli in modo coerente e piacevole. Creare una mostra vuol dire studiare, approfondire un argomento e poi offrire al visitatore, al collezionista o al cliente una visione da condividere, un percorso da proseguire.
NOVEMBRE
La mostra presenta 30 Ganesh Sthapana di diversa forma e tipologia provenienti da diverse aree del Gujarat.
La mostra, organizzata in collaborazione con la Galleria Mingei di Parigi in occasione del Salone del Mobile di Milano.
Un gruppo di rare ceramiche della manifattura di Changsha di epoca Tang (618-907) e un numero significativo di ceramiche Song (960-1279) raccolte personalmente da Franco Manfredini durante il suo lungo soggiorno in Cina, illustrano il gusto di questo appassionato collezionista milanese.
20 foto scattate dai fotografi al seguito delle spedizioni di Giuseppe Tucci, ancora oggi considerato uno dei più importanti orientalisti di sempre. Sono immagini di maestosi paesaggi himalayani e di costumi immutati da secoli.
Queste maschere introducono a un mondo dove animismo e religioni tradizionali, arte classica e forme tribali si sono mescolate in un percorso millenario. Il loro fascino è diventato per Mort Golub, uno dei primi collezionisti americani di maschere Himalayane, anche una importante fonte di ispirazione. Ho quindi deciso di creare una doppia mostra che accosta alle antiche maschere tribali nepalesi anche 15 maschere che Mort Golub ha creato con le proprie mani assemblando i più diversi materiali.
15 opere in bambù di artisti moderni e contemporanei introducono a un’arte che unisce l’eleganza del design giapponese a valenze spirituali ispirate dallo Zen. Lavori che pur nel rispetto della tradizione talvolta se ne allontanano per proiettarsi in forme astratte e originali.
La mostra presenta 20 fotografie in bianconero che Roberto Meazza ha scattato in India, nei luoghi dove nacque e visse l’Illuminato: immagini di architetture millenarie, di devoti e pellegrini e di profonda fede.
Le trenta fotografie che ho scattato durante due spedizioni nel Nepal centrale nel 1980 e ’81 sono la mia personale esperienza con un mondo arcaico e affascinante che sopravvive tuttora in alcune aree del Paese.
Una raccolta di maschere del teatro No, un dramma lirico-danzato ritenuto il più importante e profondo spettacolo teatrale giapponese. Sono maschere antiche e potenti, immagini di personaggi sofferti e dolenti nei quali l’attore si incarna nel momento in cui ne indossa la maschera.
Le 36 fotografie di Roberto Meazza, come un diario di un lungo viaggio, sono state scattate negli anni ’70 e ’80 in diverse regioni indiane. Sono immagini di un’India non ancora trasformata dal recente sviluppo economico, ritratti di un’umanità gioiosa e dolente, di monumenti millenari, di intense atmosfere.
“Magie dell’India”, curata da Renzo Freschi, Marilia Albanese e Adriano Madaro, è la più importante e grande mostra organizzata in Italia sull’Arte Indiana .
Nel bellissimo spazio della Casa dei Carraresi di Treviso sono esposte oltre 250 sculture, dipinti, gioielli, elementi architettonici, fotografie vintage e costumi, tutti prestati da Musei e collezionisti italiani.
È la prima personale in Italia di una delle più importanti artiste contemporanee residenti in Tibet. Il paesaggio naturale e quello urbano, il bestiario reale e quello fantastico, il monastero come centro della comunità, il legame uomo e ambiente sono i temi specifici della pittura di Dedron.
Secondo la cultura cinese le montagne sono lo scheletro del mondo, le rocce ne sono le ossa e i fiumi sono le vene che trasportano il sangue. Questa antica concezione del mondo spiega perchè le rocce trovate sul greto dei fiumi o ai piedi delle montagne hanno un fascino potente e vengono collezionate da oltre due millenni.
La mostra presenta per la prima volta al pubblico italiano due periodi della pittura tibetana -quello antico e quello contemporaneo- apparentemente diversi ma in realtà uniti da una forte identità culturale. 20 dipinti dal XV al XIX secolo sono affiancati da 14 opere dei più famosi pittori tibetani contemporanei.
Per molti secoli punto di contatto tra Occidente e Oriente, l’arte del Gandhara presenta una sorprendente varietà di stili, uniti dalla forte influenza ellenistica e dai temi buddhisti. La bellezza apollinea del Buddha, il carattere ritrattistico dei visi di devoti, lo sguardo trasognato di alcune teste dell’Asia centrale si mescolano in una variegata panoramica di volti umani e divini.
Verso la metà degli anni ’60 acquistai un libriccino di brevissimi componimenti poetici giapponesi (haiku) che avevano illuminato i miei studi liceali. La folgorante semplicità degli haiku del poeta Basho mi avvicinò allo Zen e al mondo Orientale: mi sembra quindi un segno del destino che io abbia l’opportunità, dopo quarant’anni, di fare una mostra proprio sulla pittura Zen.
Nella cultura confuciana la famiglia è uno degli elementi fondanti dell’identità cinese. La tradizione del ritratto fu per secoli riservato alla corte imperiale ma dal XVII secolo si propagò anche ai gradi più elevati dell’amministrazione statale e alle classi più abbienti. Questi dipinti spesso permettono di intuire il carattere del personaggio e di penetrare negli ambienti in cui veniva ritratto.
La nascita del mito segna il passaggio dalla memoria alla storia e il mistero della sua nascita è legato allo sviluppo della coscienza dell’uomo. La mostra si propone di approfondire, attraverso un gruppo di sculture antiche, alcuni aspetti della mitologia e dell’iconografia indiana e in parte cinese.
La mostra si propone di illustrare come il rapporto tra “corpo e anima, forma e spirito, estetica e sentimento” sono affrontate dalle maggiori tradizioni artistiche asiatiche. Il confronto tra una statua indiana, una khmer e una cinese, tra un Buddha gandharico e uno tibetano, cerca di evidenziare i caratteri distintivi delle diverse scuole.
L’idea di questa mostra mi è venuta durante l’esposizione “ Marco Polo – Michael Yamashita, un fotografo sulle tracce del passato” (Roma, Palazzo Altemps, 2003) quando alcune delle mie opere sono state esposte accanto alle immagini che il celebre fotografo americano ha scattato per National Geographic. Ogni foto è affiancata da un’opera antica, e cerca di riproporre dal vero lo stesso tema o sentimento.
(Le foto pubblicate nelle pagine del catalogo sono di Michael Yamashita)
La mostra ha lo scopo di accompagnare il visitatore nell’affascinante mondo degli animali dell’antica Cina e cerca di svelarne la simbologia e la bellezza. Protagonisti sono ottanta animali in terracotta, dal II al X secolo, e un raro gruppo di animali in legno provenienti dal nord della Cina, del I e II secolo.
Sul piano sentimentale potrei intitolare questa mostra “il primo amore non si scorda mai” perché dopo trent’anni il ricordo delle sensazioni dei primi viaggi in India è ancora intenso e vivido. Oltre quaranta statue e altorilievi in pietra e terracotta invitano il visitatore ad apprezzare la bellezza della scultura indiana.
Un omaggio a una cultura che nonostante la repressione cinese e la conseguente diaspora, lotta per mantenere la forte identità delle origini. La mostra è una panoramica su un’arte millenaria che ha prodotto opere d’arte presenti in tutti i musei di arte orientale.
L’apprezzamento della scultura gandharica è lentamente uscito dall’ambito esclusivo degli specialisti; il fascino della sua forma “classica” unita alla spiritualità buddhista ha anche in Italia un cospicuo numero di appassionati e di collezionisti. Mi auguro che questa mostra (48 opere in scisto, terracotta e stucco dal I al V) possa contribuire a un ulteriore incremento dell’interesse per un’arte così vicina alla nostra tradizione estetica.
La mostra è un percorso nell’arte buddhista dall’India, al Gandhara, al Tibet, al Sud-est asiatico fino alla Cina, ma è anche un gesto di simbolico rispetto verso “una forma di Conoscenza” che ha nel mondo Orientale la stessa importanza che il Cristianesimo ha in quello Occidentale.
Quale e quanta differenza tra la rappresentazione del volto in Asia e quello Occidentale! La fisiognomica, così importante nell’arte occidentale, è praticamente sconosciuta in Oriente, concentrato invece a dare immagine al Divino e quindi orientato verso un volto ideale.
Il titolo della mostra allude alla qualità estetica delle sculture esposte e le propone come esempio di bellezza immortale, indipendentemente dalla provenienza geografica e dall’epoca a cui risalgono.
Nel primo millennio a C. le migrazioni dalla Siberia e dalla regione di Ordos -ai confini tra la Mongolia e lo Shaanxi cinese- di etnie di nomadi, pastori e predatori noti come “Cultura delle Steppe” invasero in parte i territori cinesi per poi proseguire e arrivare, dopo secoli, in Europa.
La mostra comprende quaranta manufatti in metallo dal VII al II secolo a.C. che offrono una panoramica dell’arte di Ordos e delle sue relazioni con l’arte cinese e quella degli Sciti.
Tra il quarto e il secondo millennio a.C. fiorirono in Cina varie culture neolitiche che si differenziavano per tipologia e motivi delle decorazioni. Sono esposti 25 vasi dipinti di terracotta e 20 oggetti rituali e quotidiani di pietra.
La mostra celebra dopo vent’anni dall’apertura, il trasferimento nella nuova sede di via Gesù con una mostra di opere importanti che provengono da tutta l’Asia.